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L'ANGLO-SARDO CHE PARLANO ALLE MALDIVE  

MoloParlare inglese serve. L’avrò già scritto mille volte, ma mi devo ripetere per chè qui l’inglese serve il doppio: come lingua internazionale per comunicare con i locali che non sanno parlare italiano (e sono sempre di più i maldiviani che imparano la nostra lingua per compensare alle nostre lacune linguistiche), ma serve anche per parlare dhivehi. Avete capito bene: l’inglese serve anche per poter parlare dhivehi.
Oltre alla normale contaminazione che caratterizza ogni lingua (forse bisognerebbe chiamarla scambio di termini: io ti do una “pizza” in cambio di un “budget”), il dhivehi ha assorbito qualcosa di più, in particolare per quanto riguarda quelle parole che non esistevano prima. Prima del protettorato britannico immagino, ma anche perchè la tecnologia ha fatto passi da gigante e si è evoluta prima che il linguaggio potesse starci dietro. È successo anche con l’italiano. Per esempio, la parola “computer”. Al contrario dei francesi, noi non ci siamo mai presi la briga di inventarci un termine nostro e usiamo quello anglosassone.
La strategia maldiviana è un po’ diversa: prendi la parola in inglese e dalle un che di sardo... mettici una “u” in fondo e voilà, eccoti bell’e pronto la traduzione in dhivehi. Il telefono si dice “phonu”, insegnante “teacheru”, lancia (intesa come barca a motore) “launchu” e così via. Facile!....se parli l’inglese. Il dhivehi ha tante parole che finiscono con la “u”, per esempio “magu” (via), “rangalu” (bene) e quasi tutti gli atolli finiscono per “u”, Meemu, Kaafu, Addu, Laamu...quest’ultimo il posto in cui avrei dovuto abitare per i primi 12 mesi se i piani non fossero cambiati (100 volte).
I nomi di persona invece non finiscono per “u” ma si assomigliano molto tra loro. Non è semplice per una straniera associare il nome ad un viso quando le varianti sono Shima, Shahima, Shami, Samia, Shuhuda, Suhuda, Zuda, Sada, Shadia e Shifana. Questi nomi si riferiscono a donne con le quali ho a che fare regolarmente per questioni di lavoro. Non è una sorpresa che mi incasini di sovente. Per quanto riguarda i nomi maschili... non dovendo trattare con molti uomini (visto che alle Maldive sono spesso le donne ad avere ruoli importanti nel campo dell’istruzione) non sono molto esperta. Molti si chiamano Ali e Assan ed hanno soprannomi per cercare di identificarli.

Ritornando alla lingua nazionale, nonostante tutto il dhivehi non è una lingua facile. Almeno non lo è per me. Bene o male tutte le lingue che ho imparato avevano un loro senso logico, anche nella loro particolarità. Il nepalese, per esempio, è costruito tutto a rovescio (confronto all’italiano o all’inglese), ma è comunque possibile vedere una certa struttura da copiare e incollare a seconda del messaggio che si vuole formulare.
Nel dhivehi, invece, non riesco a vedere alcuna struttura, a cominciare dal fatto che non ci sono pronomi, ovvero sono assorbiti dalla parola che “segue” e anche questo non capita sempre. Quindi non è possibile capire con facilità di chi si sta parlando. Alcune parole non esistono proprio, mentre per altre, come per il verbo “essere” ci sono tre versioni diverse: dipende se si parla di un uomo, di una donna o di un oggetto. Oltre a questo ci sono tre livelli di formalità, che sono simili al nostro “tu”, e “lei” (più il terzo) ma molto più complicati nella loro applicazione, tant’e che molti maldiviani si lamentano di non essere capaci di parlare al livello più alto. Non mi sorprende. L’importanza e lo spazio che molti paesi “in via di sviluppo” danno all’inglese va spesso a scapito della lingua del posto e si finisce per diventare mediocri in tutte e due.

  Aba Pifferi
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