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A
volte rimango perplessa. Forse la parola giusta è allibita. Sta di
fatto che ci sono situazioni che non riesco a capire e rimango lì,
come un pesce lesso che continua a boccheggiare e non riesco a
capacitarmi. Quelle situazioni in cui ti viene da chiederti “ci
fanno... o ci sono?” ... al plurale, ovviamente, visto che parliamo
del comportamento di diverse persone maldiviane.
Per esempio, l’altro giorno sono andata a lavorare di sabato
mattina. Qui la settimana va dalla domenica al giovedì visto che
siamo in un paese musulmano. Però in vista di un corso di inglese
per insegnanti delle scuole medie (che due giorni dopo è stato
cancellato, quindi sono andata a lavorare per niente) un gruppo di
formatori si è incontrato di sabato in ufficio per decidere “il
piano d’azione”. Usare la parola ‘azione' alle Maldive è un po’ come
usare la parola ‘pacifistà quando si parla di George W.Bush.
Comunque, una volta finito l’incontro, torno nel mio ufficio per
mettere a posto i libri che avevo preso. Dentro vi trovo la donna
delle pulizie. Esco dall’ufficio e lei esce con me. Non abbiamo
lingue in comune, per cui le chiedo se devo chiudere a chiave usando
il linguaggio dei gesti. Lei mi dice di sì, usando la parola inglese
(yes!) e io chiudo la porta con tre giri di chiave. Non uno, non
due, ma tre, quindi considerate il tempo impiegato. Tiro fuori la
chiave dalla serratura e lei mi guarda perplessa. Poi con la mano
sulla maniglia cerca di aprire la porta. Mi guarda di nuovo e con
l’espressione del volto mi dice “Ma come? È chiusa? E io come entro
adesso?”. Riapro la porta (tre giri di chiave) e lei riprova la
maniglia. Ora la porta si apre e lei è tutta contenta. Io invece
rimango lì come un salame a chiedermi perché mi ha detto di sì e,
comunque, perché non mi ha fermato al primo giro di chiave.
Alle Maldive dicono spesso di sì anche quando la risposta è no. Non
è nella loro cultura contraddirti, quindi ti dicono di sì. Se chiedi
sei volte il no arriva, ma devi insistere. “Avete banane?” “Sì” ma
non ne hanno; “accettate il bancomat?” “sì” ma non hanno la
macchinetta; “avete fatto questo e quello?” “sì” ...aspetta e spera.
E se non bastasse, se ti chiedono qualcosa e tu dici la verità, cioè
un no secco, allora sei maleducato e rischiano di piantarti un muso
che dura una vita.
Il fatto che ti buttino giù il telefono quando sei nel mezzo di una
conversazione, invece, non è considerato maleducazione. “Qui si fa
così”. Se inventassero una parola che significa “ciao” o
“arrivederci” aiuterebbe molto noi stranieri a capire quando è ora
di mettere giù la cornetta. Invece non c’è e si rimane a metà
discorso con sintomi di un’ulcera perforata!
La settimana prima una decina di “esperti di inglese” maldiviani ed
io ci siamo incontrati per definire un piano più generale del corso
di formazione e abbiamo deciso di dividerci in due gruppi a seconda
della specializzazione: elementari e medie. Io ero nel gruppo delle
elementari con altre tre insegnanti che dopo un’ora sono dovute
andare via. Essendo rimasta sola ho chiesto all’altro gruppo se un
paio di loro volevano lavorare con me. Due formatrici si sono
aggregate ed abbiamo discusso alcune cose insieme. Arriva la mia “capa”
e le chiedo chi sono le persone che dovranno insegnare il corso.
“Sono loro” e indica le due donne che si sono aggregate al mio
gruppo. Rimango sbigottita. Che cavolo ci facevano allora nel gruppo
delle medie? Va te a sapere....
Sto imparando a riderci sopra. Aiuta a sopravvivere. Soprattutto
quando, dopo aver passato un giorno intero a fare 10 copie di un
libro di 200 pagine e a sistemarle in ordine perché la
fotocopiatrice non ha i cassetti separatori (sorter), la collega -
che ti ha guardato per ore sistemare le 2000 pagine) ti dice che al
piano di sopra c’è una macchina che le avrebbe messe in ordine più
in fretta. (......?..........)
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