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C’è un atollo, a sud di Malè che è a forma di cuore
rovesciato. Si chiama Laamu ed è il luogo in cui io avrei dovuto
abitare durante il primo anno della mia permanenza alle Maldive. Ma
questo fa parte di una vita precedente, prima che il British Council
decidesse di non finanziare più il progetto di decentralizzazione.
Nonostante il mio lavoro sia ora a Malè, ho già avuto l’opportunità
di andare a Laamu un paio di volte e constatare con i miei stessi
occhi quanto sia diverso da tutti gli altri atolli che ho visitato.
Con l’eccezione di Laamu e Addu (quest’ultimo è a sud dell’equatore,
ma non ci sono mai andata), gli altri atolli sono costituiti da
piccole isole separate tra loro dal mare - so che sembra ovvio, ma
non è sempre così. Tra un’isola e un’altra ci possono essere
chilometri o pochi metri, ma spesso la corrente forte dell’oceano
rende impossibile l’attraversamento a nuoto ed è possibile andare da
un posto all’altro solo in barca...se uno ce l’ha. Ci sono volontari
di VSO che abitano e lavorano a pochi metri di mare da un’isola
turistica, dove potrebbero trovare varietà di cibo, conversazione e
intrattenimento, ma che non possono metterci piede in quanto non ci
sono trasporti che li conducano lì.
Laamu e Addu sono eccezioni perchè la vicinanza delle isole e la
poca profondità dei fondali sono tali da rendere possibile un
collegamento. Infatti, di recente a Laamu sono state costruite
strade che collegano 4 isole creando un insieme di terraferma
lungo 18km!! Arrivare a Laamu è uno choc, specie dopo aver abitato a
Malè per qualche mese ed essersi abituate a vedere strade che
finiscono dopo poche centinaia di metri; per di più, strade strette
e piene di traffico. A Laamu invece le strade sono larghe e percorse
ogni giorno da poche decine di motorini, biciclette, auto e dal
recente arrivo di un autobus di linea. A Malè ci sono pochi alberi e
quelli che ci sono devono combattere quotidianamente con la giungla
di cemento che li circonda; Laamu è praticamente coperto di verde, a
parte le zone residenziali che però includono esse stesse molta
vegetazione. A Laamu non ci sono isole turistiche e l’economia è
basata quasi esclusivamente sulla coltivazione di alberi di frutta
tropicale e sulla pesca. A Maandhoo - una delle isole collegate -
c’è persino un’industria di lavorazione del pesce. Il mio nuovo
atollo sembra molto particolare per tante cose, non solo per la sua
lunghezza calpestabile senza uso di mezzi di navigazione, ma anche
per un paio di caratteristiche insolite.
A Moondhoo, un’isoletta più a nord, è possibile trovare dei reperti
archeologici. Non moschee antiche distrutte o abbandonate, bensì
rovine di tempi/templi buddisti che riconducono al periodo pre-Islam.
Sembra infatti che Laamu sia stato l’ultimo atollo ad abbracciare la
religione islamica e che la cerimonia di passaggio sia stata fatta
due volte: la prima in cui i locali hanno fatto finta di partecipare
volentieri per non contraddire le autorità in visita, per poi
continuare a professare la religione buddista appena lasciati
nuovamente soli. Il nome locale dell’atollo, Hadhdhumaathi,
significa “estremo”, proprio in seguito alla resistenza dei
maldiviani del posto nel convertirsi all’Islam.
L’altra particolarità è la presenza di un laghetto di acqua dolce,
che se a noi non sembra poi una grande cosa, per i locali è una vera
meraviglia della natura: circondati da milioni di tonnellate di
acqua salata, avere un posto in cui si può fare il bagno (anche se
io non lo raccomando visto che l’acqua è un po’ stagnante) senza
trovarsi la salsedine in bocca, non è cosa da poco. Gira voce che
l’acqua del laghetto faccia bene. Sarà, ma io mi limito a bere acqua
piovana quando sono a Laamu!
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