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Non
tutti gli atolli hanno un aeroporto e per gli abitanti locali che
non possono permettersi il lusso (e l’inaffidabilità – visto che la
priorità viene data ai turisti) degli idrovolanti o di una lancia
super-veloce, l’unico modo per arrivare su una determinata isola è
via barca.
Li chiamano traghetti, ma sono barche disegnate più per trasportare
merci che persone. Le panche per sedersi, infatti, sono solo lungo
la parte laterale: quando ci si siede si guarda in faccia a quelli
seduti di fronte e nel mezzo nulla, solo tanto spazio per metterci
le merci da trasportare da Malè all’isola. E quando la traversata è
in quella direzione le merci sono tante e di vario tipo: sacchi e
scatoloni pieni di cibo, altri scatoloni colmi di prodotti di ogni
tipo, assi di legno, mobilio, e chissà che altro, visto che non
tutto il carico è visibile o riconoscibile. Fin qui, nulla di
particolarmente intrigante, se non fosse per il fatto che la maggior
parte di questi traghetti viaggia di notte e i passeggeri sperano di
schiacciare un pisolino durante il viaggio. Così si cerca di
arrivare un po’ prima (ma non troppo perchè non è nella loro cultura
pianificare molto in anticipo), diciamo una mezz’oretta, e
assicurarsi un posto per dormire. Le panche laterali si coprono di
stuoini e diventano letti e quel poco posto che rimane nel mezzo si
trasforma in una camerata: vengono stesi sottili materassi sui quali
si sdraiano, uno accanto all’altro, i passeggeri. C’è chi preferisce
dormire di sopra, sul tetto della barca, anch’esso spesso pieno di
merce, ma con l’aggiunta di una magnifica vista del cielo stellato.
Se piove, ovviamente, non è una buona idea.
Uno “pseudo” traghetto che ha tutta l’aria di un dormitorio pubblico
sull’acqua. Non è il massimo del comfort, questo è sicuro, ma non è
nemmeno tanto scomodo. Ve lo garantisco io che l’ho provato l’altra
settimana, andando da Malè a Mahibadhoo e ritorno. 4 ore e mezzo di
traversata, sdraiata su una panca laterale (non me la sono sentita
di trovarmi faccia a faccia con degli sconosciuti) e lo zainetto
come cuscino. Sono anche riuscita a dormire...il mare era liscio
come l’olio. Al ritorno la barca dondolava un po’ e non ho dormito
molto, ma forse è colpa del fatto che, se la partenza da Malè è
verso mezzanotte (ora più, ora meno), da Mahibadhoo si parte alle 3
di mattina...quando ormai l’ora critica del sonno è passata e puoi
restare sveglia fino alla sera dopo.
Prima del viaggio ho scoperto una cosa interessante: non solo la
maggior parte delle donne maldiviane non sa nuotare, ma soffre anche
di mal di mare. Non so, ma a me questa cosa fa un po’ ridere perchè
mi sembra il colmo dei colmi. Un po’ come se i tibetani soffrissero
di mal d’altitudine.
Un’altra cosa interessante è la loro necessità di ‘non dormire da
solè... in una barca che è piena di gente...come se fosse possibile.
Capisco che una donna non voglia trovarsi fianco a fianco con degli
sconosciuti, ma la richiesta mira a essere sistemate vicine vicine
alle altre (amiche o colleghe)...trovarsi su una panca laterale
opposta insieme ad altre donne, ma sconosciute, è inaccettabile.
Anche dormire in camera singola è una soluzione
inaccettabile...abituate come sono a condividere la camera da letto
con diversi famigliari, l’idea di trovarsi a dormire da sole fa loro
paura.
Una ragione è anche il fatto che credono negli spiriti, un po’ come
i bambini credono ai mostri, e sono convinte che di notte questi
spiriti possano fare loro del male. Chissà...e chissà se anche loro
soffrono di mal di mare.
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