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“L’importante
è che ci sia la salute” direbbe la mia bisnonna allo scoccare della
mezzanotte di un nuovo anno. Ma quando la salute si fa desiderare,
come cavarsela alle Maldive? Solo un’esperienza in prima persona può
garantire una vera descrizione di come funziona il sistema sanitario
di un paese...
Così, come ogni giornalista che si
rispetti (!?!), ho pensato di ritornare dalla mia vacanza in Sri
Lanka con una febbre virale che mi ha steso a letto per qualche
giorno e che ha richiesto l’assistenza medica locale. A Malè ci sono
due ospedali, uno statale (Indira Gandhi Memorial Hospital, IGMH) e
uno privato (ADK), ma in verità l’assistenza medica alle Maldive è
tutta privata. L’unica differenza tra i due ospedali è il numero di
pazienti: il primo è molto più frequentato del secondo...il perchè
ancora non l’ho scoperto. Reputazione, prezzi, locazione...chissà.
Andare in ospedale non è un’operazione da fare in solitario. La
procedura per vedere un medico o anche solo per essere ammessi al
pronto soccorso, benchè sistematica e veloce, può rivelarsi troppo
faticosa per chi non si sente troppo in forma. Non a caso chiunque
vedessi una volta passata la porta d’entrata mi chiedeva chi mi
avesse accompagnato. La risposta “nessuno” ha provocato non poche
espressioni allibite, e gli sguardi di quelli che, più tardi, mi
avrebbero visto sdraiata sul lettino con l’unica compagnia di una
flebo rispecchiavano lo stesso stupore. Non ci ho messo molto a
capire perchè. Dalle nostre parti è semplice: ti senti male, vai al
pronto soccorso, prendi un colore di priorità, ti siedi e aspetti
che ti veda un dottore. Se proprio stai male, ti ritrovi in fretta
su un lettino con il personale sanitario che si prende cura di te.
Punto.
Alle Maldive è un po’ più complicato, soprattutto se è la prima
volta che ti trovi dentro un ospedale (in questo caso l’IGMH). Non
sapendo dove andare mi sono diretta al punto informazioni e ho
chiesto cosa dovevo fare per vedere un dottore. Molto gentilmente mi
hanno indicato gli sportelli della cassa accanto. Prendo il mio
numero di fila (anche in ospedale hanno le macchinette col numero e
numerosi posti a sedere!) E aspetto il mio turno. Chiedo di
vedere un dottore, uno qualsiasi visto che non conosco nessuno. “50
rufie” dice la cassiera, mi dà un altro numero e mi indica dove
andare. Il mio numero appare quasi immediatamente e dopo un consulto
di una mezz’ora in cui ho descritto tutti i miei problemi di salute
alla dottoressa, vengo ammessa al pronto soccorso, ma non senza aver
ricevuto alcuni documenti per me incomprensibili. Mi dirigo al
pronto soccorso (poco lontano) dove mi informano di passare prima in
farmacia per comprare la flebo e l’ago. Esco, vado in farmacia
(nello stesso edificio) e prendo un altro numero per l’acquisto di
flebo e ago (10 rufie). Una volta tornata al pronto soccorso mi
rimandano indietro per pagare gli esami del sangue che la dottoressa
ha prescritto. Altra fila alla cassa, altro numero e altre 170 rufie....
Purtroppo, non avevo con me molti contanti, ma nessun problema!
L’ospedale ha il suo Bancomat dietro l’angolo con tanto di aria
condizionata. Munita di ricevute (ma scarsa di energie!) riesco
finalmente ad avere accesso al pronto soccorso dove vengo stesa su
un lettino e ricongiunta alla mia beneamata flebo. Intorno a me un
via vai di persone malate che, fortunati loro, non dovevano
preoccuparsi di pagare i costi del servizio sanitario grazie ai
familiari o amici che li avevano accompagnati.
Tre ore dopo gli esiti dei primi esami: “febbre
virale...probabilmente dengue”. Cosa vuol dire “probabilmente dengue”?
Non avete fatto il test? “No, non lo facciamo
automaticamente...costa molto.” Munita di richiesta medica mi sono
nuovamente diretta allo sportello della cassa. “1.140 rufie” dice la
cassiera.
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