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Fino
a pochi anni fa le Maldive erano considerate uno dei pochi paesi
musulmani al mondo (forse l’unico) in cui le donne non portavano il
velo. Poche erano quelle che si coprivano capelli col buruga e
ancora più bassa era la percentuale di coloro che indossavano il
burka. Portare il burka, infatti, è illegale alle Maldive... almeno
in teoria.
Lo tsunami del 2004 oltre che a fare danni e vittime, ha anche dato
un’ottima occasione ai musulmani tradizionalisti di fare leva sul
senso religioso dei maldiviani e di convincere una gran parte di
questi a mostrare in modo più apparente la propria fede religiosa. È
in momenti di crisi, si sa, che spesso si riscopre la vicinanza al
proprio Dio e i maldiviani del dopo-tsunami non sono molto diversi
dagli italiani del dopo-terremoto. Convinti che la catastrofe fosse
una punizione di Dio per la superficialità religiosa del paese,
molte donne hanno incominciato ad indossare il velo (e, una volta
messo, è per sempre...almeno in pubblico) e molti uomini a farsi
crescere la barba. Alcune donne hanno incominciato ad indossare il
burka e i loro mariti, oltre ad avere la barba alla Bin Laden,
spesso portano pantaloni “alla pescatora”. Questo non fa di loro dei
terroristi, sia ben chiaro. Io ne conosco diversi: alcuni sono
colleghi di lavoro, altri mariti di amiche o colleghe. Tutti molto
gentili e amichevoli...ma a cui non posso stringere la mano e dire
“piacere di conoscerla”. I segnali sono ben chiari: pantaloni
“all’acqua in casa” uguale non si dà la mano ad una donna. Va beh,
rispetto la scelta, anche se all’inizio devo ammettere, ci rimanevo
un po’ male...sapete com’è, rimanere lì con la mano offerta e la
persona davanti che non la stringe...come se ti avesse fatto
“marameo”.
Per questo, alle Maldive, l’abbigliamento del pre-tsunami sembra più
moderno di quello in voga al momento. Il tradizionale abito lungo e
attillato con un velo di tulle 10cm x 30cm assicurato ai capelli
(dietro alla testa) con forcine brillantate, contro la recente
combinazione di pantaloni lunghi e larghi, camicione largo e lungo
fin sotto alle ginocchia e buruga che copre capelli, orecchie e
collo (lo tsunami è certamente stato come vincere alla lotteria per
i fabbricatori di buruga). Entrambe le opzioni in tessuto
rigorosamente di poliester. Scordatevi il cotone, lino o seta ...non
è la moda del momento. Io morirei di caldo!
Ma ci sono diversi modi di indossare il buruga e dallo stile è
possibile vedere la modernità e l’audacia delle donne maldiviane.
Stile lenzuolo in modo che copra ogni possibile pretuberanza
femminile; artisticamente avvolto al capo e al collo con vari
passaggi e pieghe che io non sarei mai capace di fare; corto tanto
da mostrare il petto, ovviamente coperto dal camicione; corto a
metà, da mostrare solo uno dei due seni; annodato davanti; chiuso
con una spilla a lato, sulla spalla; chiuso con spilla davanti,
eccetera, eccetera. Anche il colore è un importante segnale: sempre
e solo nero per alcune, diversi colori ma sempre a tinta unica,
multicolore con fiori o disegni vari per altre.
Quasi tutte le donne con cui lavoro indossano il velo. Quelle che
non lo fanno si contano sulle dita di una sola mano. Fino a pochi
mesi fa mi sarebbero servite due mani, ma ultimamente il numero di
quelle convertite al buruga è aumentato. Si potrebbe pensare ad una
decisione dettata dall’esterno, dalla società o dalla famiglia per
esempio, o si potrebbe presumere un carattere debole e facilmente
plasmabile. Ma non è così: molte di queste donne coprono ruoli
importanti nelle istituzioni del paese ed hanno un carattere
abbastanza forte da intimidire la maggior parte di quelli che
lavorano con loro. Per loro portare il buruga è un segno di maturità
religiosa. Che a noi occidentali piaccia o no, per molte donne
maldiviane il velo è una scelta.
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